Il senso della nuova leadership di Renzi
Un leader non di sinistra ma di centrosinistra che sfida i dirigenti che hanno trasformato il maggior partito del centrosinistra in un nuovo partito di sinistra e che sfacciatamente prova a raccogliere voti su una piattaforma non inscrivibile entro un preciso recinto legato ai perimetri delle vecchie ideologie politiche e che fa di questa sua diversità non un tratto secondario del proprio profilo ma il cuore pulsante di una grande battaglia politica.
20 AGO 20

Un leader non di sinistra ma di centrosinistra che sfida i dirigenti che hanno trasformato il maggior partito del centrosinistra in un nuovo partito di sinistra e che sfacciatamente prova a raccogliere voti su una piattaforma non inscrivibile entro un preciso recinto legato ai perimetri delle vecchie ideologie politiche e che fa di questa sua diversità non un tratto secondario del proprio profilo ma il cuore pulsante di una grande battaglia politica. Due giorni dopo il discorso con cui Renzi, con questo spirito, ha lanciato la candidatura alle primarie del centrosinistra bisogna dire che il senso della sfida del sindaco di Firenze non va più circoscritto al singolo ambito del mandare a casa i vecchietti del Pd ma va allargato a un tipo di rottamazione che questa volta riguarda un campo da gioco squisitamente culturale. Nel suo discorso veronese, Renzi ha fatto un piccolo salto di qualità e piuttosto che elencare i nomi dei dirigenti del Pd da cacciare via a calci nel sedere ha selezionato alcuni tabù che in questi anni hanno ostacolato la crescita e la maturazione del centrosinistra italiano. I due temi che hanno più incuriosito gli osservatori sono stati l’attacco alla meglio gioventù del ’68 e la battuta sui voti da andare a conquistare anche tra gli elettori del centrodestra e c’è una ragione per cui Renzi ha deciso di puntare forte su questi argomenti.
Sia le parole contro il ’68 sia il riferimento ai voti da raccattare fuori dal Pd sono infatti le facce di una stessa battaglia combattuta contro un preciso modo di fare politica che negli anni ha costretto il centrosinistra a restare inchiodato nel famoso campo delle sinistre e a sacrificare una parte maggioritaria di elettorato italiano. Renzi, con il suo speech, ha scelto invece di aprire gli steccati, di svuotare le sacche di conservazione del centrosinistra e di costruire il suo viaggio declinando quella che un tempo qualcuno avrebbe chiamato vocazione maggioritaria. Renzi lo fa naturalmente con un occhio all’esperienza veltroniana del 2008 ma con un occhio ancora più attento a una vecchia lezione. Quella di Tony Blair e quella del famoso discorso che l’ex premier fece poco prima di insediarsi a Downing Street nel 1997: “Non eravamo in contatto con il modo moderno. Attiravamo solamente due categorie di persone: coloro che erano tradizionalmente laburisti e coloro che arrivavano al socialismo seguendo un percorso intellettualie e con nessuno dei due approcci arrivavamo a raccogliere i consensi necessari per vincere e salire al governo”. In qualche modo possiamo dire che il viaggo di Renzi comincia proprio da qui.